Ivan Osokin si reca dal mago che conosce da un po' di
tempo. E' un buon mago, ed ha sempre dell'eccellente brandy e dei buoni
sigari.
Osokin ed il mago sono seduti accanto al fuoco.
Una stanza spaziosa riccamente decorata in modo un po'
orientale. Il pavimento è ricoperto di vecchi e preziosi tappeti persiani,
di Bokkara e cinesi. Le alte finestre hanno tende di broccato di stupenda
fattura. Tavoli e sedie di avorio scolpito. Figure in bronzo di dei
indiani. Libri indiani di foglia di palma. In un angolo, una graziosa
figura, quasi a dimensione naturale, di Kwan-Yin. Un grande globo celeste
su un sostegno rosso di lacca cinese. Su un piccolo tavolo d'avorio
accanto alla sedia del mago sta una clessidra da un'ora. Su una sedia,
un gatto persiano guarda il fuoco.
Il mago, un vecchio curvo dallo sguardo penetrante,
è tutto vestito di nero ed indossa un piccolo cappello nero piatto.
Tiene in mano un sottile bastone persiano incastonato di turchese.
Osokin ha un aspetto cupo. Fuma un sigaro e non dice
niente.
In un momento in cui è particolarmente immerso nei suoi
pensieri, il mago parla:
"Mio caro amico, lo sapevi anche prima."
Osokin lo guarda stupito.
"Come sai quello che sto pensando?"
"So sempre quello che stai pensando."
Osokin piega la testa. "Sì, lo so che non ci si può
far nulla, adesso," dice. "Ma se solo potessi tornare indietro di qualche
anno di questo miserabile tempo che nemmeno esiste, come dici sempre
tu stesso. Se solo potessi avere ancora tutte le possibilità che la
vita mi ha offerto e che ho gettato al vento. Se solo potessi fare le
cose in modo diverso…."
Il vecchio prende la clessidra dal tavolo, la scuote,
la capovolge e guarda la sabbia che scorre. "Tutto può essere riportato
indietro" dice.
"Tutto. Ma anche questo non è di grande aiuto."
Osokin, senza ascoltare e completamente immerso nei
suoi pensieri, continua: "Se solo avessi saputo dove sarei arrivato.
Ma credevo così tanto in me stesso, confidavo nella mia forza. Volevo
fare le cose a modo mio. Non avevo paura di niente. Gettai via tutto
quello a cui tutta la gente dà valore e non mi voltai mai indietro.
Ma adesso darei metà della mia vita per tornare indietro e diventare
come l'altra gente."
Si alza e passeggia su e giù per la stanza.
Il vecchio lo osserva da seduto, facendo di sì col capo
e sorridendo. C'è divertimento ed ironia nel suo sguardo; un'ironia
simpatetica, piena di comprensione, di compassione e di pietà, come
se volesse aiutarlo ma non potesse.
"Mi sono sempre fatto beffe di tutto," continua Osokin.
"e mi sono perfino divertito a distruggere la mia vita. Mi sentivo più
forte degli altri. Niente poteva piegarmi, niente poteva farmi sentire
battuto. Non mi sento battuto; ma non posso combattere più. Mi sono
messo in una specie di pantano. Non posso più fare neanche un movimento.
Mi comprendi? Devo star fermo e guardare me stesso mentre vengo risucchiato
giù."
Il vecchio, seduto, lo guarda.
"Come sei giunto a ciò?" dice.
"Come? Mi conosci così bene che dovresti saperlo! Quando
fui espulso da scuola, rimasi tagliato fuori. Quella cosa da sola cambiò
la mia vita. A causa di quello ho perso contatto con tutto. Prendi i
miei compagni di scuola: qualcuno è ancora all'università; altri hanno
preso la loro laurea, ed ognuno di loro ha terreno solido sotto i piedi.
Io ho vissuto dieci volte più di loro, conosco più cose, ho letto e
visto cento volte più di loro; eppure sono una persona che gli altri
trattano con condiscendenza (n.d.t. -- il tipo di affabilità che
si rivolge di solito agli inferiori)."
"Tutto qui?" chiede il vecchio.
"Sì, tutto qui! Ma non proprio tutto. Ebbi altre opportunità,
ma mi scivolarono dalle mani una dopo l'altra. Ma quella prima fu la
più importante. Com'è terribile che senza tanto volerlo o capirlo, senza
intenzione, quando siamo sempre troppo giovani per immaginare le conseguenze
possibili, facciamo cose che influenzano tutta la nostra vita e ci cambiano
tutto il futuro. Quello che feci a scuola, ad ogni buon conto, era solo
uno scherzo: mi annoiavo. Se avessi saputo e capito a cosa avrebbe portato
pensi che l'avrei mai fatto?"
Il vecchio annuisce con la testa.
"Sì, l'avresti fatto," dice.
"Mai!" Il vecchio ride.
Osokin seguita ad andare avanti e indietro nella stanza.
Poi si ferma e parla di nuovo:
"E più tardi, perché litigai con mio zio? Il vecchio
zio era molto ben disposto verso di me, ma fu come se io lo avessi provocato
apposta, scomparendo per giorni nei boschi con la ragazza che era sotto
la sua tutela. Tanechka era straordinariamente dolce ed io avevo solo
16 anni, ed i nostri baci così belli. Ma il vecchio se la prese a morte
quando ci sorprese a baciarci in sala da pranzo. Che pazzia fu tutto
questo! Se avessi saputo il seguito, non pensi che mi sarei fermato?"
Il mago ride ancora. "Lo sapevi," dice.
Osokin è in piedi, sorridente come uno che vede e ricorda
qualcosa lontano.
"Può essere, che lo sapessi," dice. "Solo che allora
sembrava così eccitante. Ma naturalmente sarebbe stato meglio se non
l'avessi fatto. E se lo avessi saputo, mi sarei tenuto certamente lontano
da Tanechka."
"Lo sapevi piuttosto bene," dice il vecchio. "Pensaci
e lo vedrai."
"Certo che no," dice Osokin. "Tutto il problema sta
nel fatto che non sappiamo mai per certo quello che arriverà. Se conoscessimo
con precisione le conseguenze delle nostre azioni, pensi che faremmo
tutto quello che facciamo?"
"Tu lo sai sempre," dice il vecchio, guardando verso
Osokin. "Un uomo può non sapere cosa conseguirà dalle azioni di un altro
o da una causa sconosciuta, ma sa sempre quali saranno tutte le possibili
conseguenze delle proprie azioni."
Osokin sembra perdersi nei pensieri ed un'ombra gli
attraversa il volto.
"Può essere," egli dice, "che a volte io preveda gli
eventi. Ma non si può prendere questo come regola….
Ed inoltre, ho sempre avuto un approccio alla vita piuttosto
differente dall'altra gente."
Il mago sorride. "Non ho ancora incontrato un uomo,"
dice, " che non era convinto che il suo approccio alla vita fosse piuttosto
differente dagli altri."
"Ma anch'io," continua Osokin senza ascoltare, "se avessi
saputo per certo quello che ne saltava fuori, perché avrei fatto tutte
queste cose? Prendiamo quello che successe alla Scuola Militare. Mi
rendo conto che per me fu difficile là, in quanto non ero abituato alla
disciplina, ma tutto sommato era assurdo. Potrei aver fatto lo sforzo
di sopportarla. Tutto aveva cominciato a filare liscio e poco tempo
restava per il resto. Poi improvvisamente cominciai a fare tardi al
rientro dalla libera uscita. Una Domenica, un'altra; e poi mi dissero
che mi avrebbero espulso se facevo tardi di nuovo. Per due volte tornai
in orario, e poi quella sera da Leontieff incontrai la ragazza dall'abito
nero, e non rientrai alla Scuola per niente. Ma a che serve raccontare
tutto questo? Di conseguenza fui espulso. Ma non sapevo prima che sarebbe
andata a finire così."
"Lo sapevi" ripete il mago.
Osokin ride. "Beh facciamo finta che in questo caso
lo sapessi; ma ero terribilmente annoiato di tutte quelle assurdità
e dopo tutto uno spera sempre per il meglio. Voglio che tu capisca che
quando parlo di sapere, non voglio dire quel tipo di sapere che in realtà
è solo supposizione. Voglio dire che se sapessimo con assoluta certezza
cosa sta per accadere, dovremmo allora agire in modo differente."
"Mio caro amico, non ti rendi conto di cosa dici. Se
sapevi una cosa con assoluta certezza, questo significa che era inevitabile.
Dunque nessuna delle tue azioni potrebbe mutare alcunché in alcun modo.
A volte sai delle cose; sai, per esempio, che se tocchi il fuoco ti
brucerai. Ma non voglio dire questo. Voglio dire che tu conosci sempre
quali conseguenze deriveranno da una tua azione; ma, per qualche strana
ragione, tu vuoi fare una cosa ed ottenere il risultato che potrebbe
derivare soltanto da un'altra."
"Non sempre conosciamo tutte le conseguenze che deriveranno
da una cosa che facciamo" disse Osokin.
"Sempre."
"Aspetta un momento, io sapevo davvero tutto quando
facevo il soldato in Turkestan? Non avevo alcuna speranza, eppure aspettavo
qualcosa."
Il mago sorrise ancora. "Non c'era niente che tu potessi
fare," disse, "niente dipende da te, e tu non hai fatto niente."
"D'improvviso ricevetti un'eredità da una zia," continua
Osokin. "Trentamila rubli. Quella fu la mia salvezza. Dapprima iniziai
ad agire in modo savio. Andai all'estero; viaggiai per un po'; poi iniziai
ad andare ad alcune lezioni alla Sorbona. Tutto divenne di nuovo possibile.
Molte cose erano ancora meglio di prima; eppure in un maledetto momento,
in modo insensato e stupido, persi tutto ciò che restava del mio denaro
alla roulette, in compagnia di ricchi studenti inglesi ed americani,
che non lo notarono neppure. Sapevo cosa stavo facendo, allora? Eppure
in quel momento stavo perdendo tutto. Sono sicuro che se avessimo saputo
come saremmo finiti, ci saremmo arrestati subito."
Il vecchio si alza e, appoggiato sul suo bastone, sta
in piedi davanti ad Osokin.
"Ma tu avevi perso considerevoli somme anche prima,
alle carte e alla roulette," dice. "Tu stesso me l'hai detto. Perché
ti resta solo un terzo dell'eredità?"
"Oh, non persi tutti i soldi alle carte. Avevo viaggiato
all'estero per quattro anni," risponde Osokin. "E in ogni caso non potevo
vivere con i miei guadagni. Avevo ancora abbastanza per laurearmi e
poi trovarmi un lavoro."
"Sì," dice il mago. "può essere, ma tu stavi già perdendo
denaro, ed era inevitabile che lo avresti perso tutto. E tu sapevi che
lo avresti perso. Tu lo sai sempre, ma non ti fermi mai."
Osokin scuote la testa impaziente.
"Certo che no! Certo che no!" grida. "Se solo potessimo
saperlo! La nostra sfortuna è che noi ci aggiriamo come gattini ciechi
sopra il tavolo, non sapendo mai dove si trova l'orlo. Facciamo cose
assurde perché non sappiamo nulla di quello che ci aspetta. Se solo
potessimo saperlo! Se solo potessimo vedere un poco avanti a noi!"
Passeggia su e giù per la stanza, poi si ferma si fronte
al vecchio.
"Ascolta, la tua magia non può fare questo per me? Può
mandarmi indietro? Ci ho pensato a lungo, ed oggi, quando ho saputo
di Zinaida, ho sentito che questa è l'unica cosa che mi resta. Non posso
più andare avanti a vivere. Ho rovinato tutto. Mandami indietro, se
è possibile. Farò tutto in modo differente. Vivrò in un modo nuovo e
sarò preparato ad incontrare Zinaida, quando viene il momento. Voglio
tornare indietro di dieci anni, al tempo in cui ero ancora un ragazzo
ed andavo a scuola. Dimmi, è possibile?"
Il vecchio annuisce.
Osokin si ferma stupefatto. "Puoi farlo?" dice.
Il vecchio sorride ancora, e dice: "Posso farlo, ma
questo non migliorerà la tua situazione."
"Beh quello è affar mio" dice Osokin. "Tu mandami solo
indietro di dieci anni, no, di dodici, ma ci dev'essere una condizione:
io ricorderò tutto; tutto, capisci, compresi i più piccoli dettagli.
Tutto ciò che ho acquisito in questi dodici anni deve restare con me,
tutto ciò che so, tutta la mia esperienza, tutta la mia conoscenza della
vita. Allora si potrebbe fare di tutto!"
"Ti posso mandare indietro quanto vuoi, e farti ricordare
tutto, ma non te ne verrà nulla" dice il vecchio.
"Come non potrebbe venirmene nulla?" dice Osokin eccitato.
"Tutto il terrore della cosa viene dal fatto che non conosciamo la nostra
via. Se sapessi e ricordassi, farei le cose in modo molto differente;
avrei uno scopo, sarei consapevole dell'utilità e della necessità di
tutte le cose difficili che devo fare. Cosa stai dicendo? Naturalmente
cambierò tutta la mia vita. Troverò Zinaida quando ancora sono a scuola.
Lei non saprà niente, ma io saprò già che dovremo incontrarci in seguito,
e farò tutto con questa prospettiva. Pensi che metterò ancora in gioco
la mia vita con tutte quelle cose sciocche? Certo che no!"
Il vecchio si siede di nuovo e continua a guardarlo.
"Fallo, se ti è possibile," dice il vecchio. "Andrai
indietro di dodici anni come desideri. E ricorderai tutto, fin tanto
che non desidererai dimenticare. Sei pronto?"
"Pronto" dice Osokin. "In ogni caso, non posso più
tornare a casa. Sento che ciò è impossibile."
Il vecchio batte le mani tre volte…….