Il punto di vista dal capezzale

 

Questo discorso di E.J. Gold con i suoi studenti è datato 4 Marzo 1985 e si compone di diversi discorsi.

L’argomento della morte era sorto tra alcuni membri del gruppo, alcuni dei quali avevano dei parenti prossimi all’ospedale, molto malati e in fin di vita, e questa preoccupazione comune aveva fatto nascere una discussione sull’imminenza della morte e delle relative implicazioni sul nostro lavoro.

"Alla fine ci si arriva" disse G. riferendosi all’apprensione collettiva che tutti sentivamo verso i nostri destini. "Morirete, e tutto quello che avete compiuto ed accumulato in senso ordinario in questa vita sarà perduto".

"Se potete davvero arrivare a sapere e comprendere che presto dovrete morire (ed alla fine tutti andremo a sdraiarci su quello stesso letto ad aspettare che l’angelo della morte ci porti via) potete capire come nessuna delle pagliuzze a cui vi siete attaccati, sia materiali, sia emozionali, sia mentali, sia di alcun valore" concluse.

"In quel senso, è un sollievo enorme" disse Linda.

"Sì, è meraviglioso sapere che qualunque cosa abbiate realizzato, o lasciato alle spalle, o anche portato avanti in questa vita, sarà perduta. Anche i vostri eredi moriranno e poi, dopo molte generazioni, l’intera razza perirà. Alla fine, tutto il pianeta sarà obliterato.

Tutto diventa nulla, in questo mondo; se il tuo corpo andrà comunque a morire (e di sicuro lo farà) adesso la tua attenzione si può sollevare da esso e dalle cose connesse ad esso (i possessi materiali, mentali ed emotivi) ed è libera quindi di assestarsi su ciò che può essere compiuto, che abbia un qualunque valore.

Ricordate, il punto non è la sopravvivenza lineare, in senso temporale, ma perpendicolare ad essa, nell’eternità.

Ma la sopravvivenza fine a se stessa non significa niente; noi cerchiamo di rendere le nostre vite degne d’esser vissute, ed in un certo senso la nostra sopravvivenza diviene importante solo quando è dedicata al Lavoro" disse G., rivolgendo l’attenzione al proprio piatto. Iniziò a intagliare un appetitoso petto di pollo con un affilato coltellino d’argento. "Direi che la vita di questo pollo è valsa a qualcosa, che ne dite?" sogghignò, sollevando una forchettata di carne bianca alle labbra. Noi guardammo quasi con orrore, mentre egli mangiava un’enorme patata cotta al forno, grondante di panna acida, in tre enormi bocconi.

"Vorresti dire qualcosa di più su questo?" chiese Paul. "Voglio dire, sull’idea di rendere le nostre vite degne di essere vissute".

G. sollevò la testa, masticando ed inghiottendo pensoso.

"Molti malati terminali con cui ho parlato, specie quelli che hanno una qualche familiarità con le idee, comprendevano molto bene che le loro vite valevano solo per quei momenti in cui respiravano con il se’ essenziale, respiravano con Dio, amando ed essendo amati. Non amando la gente ed essendo ri-amati... l’amore non ha veramente nulla a che fare con la gente. La gente è incapace d’amare. Quello che chiamano amore è in realtà ardente desiderio, un sentimento di calore, sicurezza, sensualità, soddisfazione, auto-riconoscimento, identità per rispecchiamento, ma mai amore. Solo il se’ essenziale può amare, e l’amore non implica mai un oggetto; non si riferisce mai a nulla di specifico.

Ciò che veramente conta nella vita sono quei pochi momenti di coscienza, per cui paghiamo Dio per la nostra esistenza, e questo è terribilmente chiaro per quelli che giacciono nel loro ultimo letto.

Portando la macchina allo stato di veglia, o permettendo alla macchina di giungervi, anche solo un po’, ed accettando il respiro di Dio, permettendogli di rispondere e di eccitare quella cosa, così come la descriviamo noi, siamo in grado di ripagare per la nostra esistenza.

Continua ............

 

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