L’argomento della morte era sorto tra alcuni membri
del gruppo, alcuni dei quali avevano dei parenti prossimi all’ospedale,
molto malati e in fin di vita, e questa preoccupazione comune aveva
fatto nascere una discussione sull’imminenza della morte e delle relative
implicazioni sul nostro lavoro.
"Alla fine ci si arriva" disse G. riferendosi
all’apprensione collettiva che tutti sentivamo verso i nostri destini.
"Morirete, e tutto quello che avete compiuto ed accumulato in
senso ordinario in questa vita sarà perduto".
"Se potete davvero arrivare a sapere e
comprendere che presto dovrete morire (ed alla fine tutti andremo
a sdraiarci su quello stesso letto ad aspettare che l’angelo della
morte ci porti via) potete capire come nessuna delle pagliuzze a cui
vi siete attaccati, sia materiali, sia emozionali, sia mentali, sia
di alcun valore" concluse.
"In quel senso, è un sollievo enorme"
disse Linda.
"Sì, è meraviglioso sapere che
qualunque cosa abbiate realizzato, o lasciato alle spalle, o anche
portato avanti in questa vita, sarà perduta. Anche i vostri
eredi moriranno e poi, dopo molte generazioni, l’intera razza perirà.
Alla fine, tutto il pianeta sarà obliterato.
Tutto diventa nulla, in questo mondo; se il tuo corpo
andrà comunque a morire (e di sicuro lo farà) adesso
la tua attenzione si può sollevare da esso e dalle cose connesse
ad esso (i possessi materiali, mentali ed emotivi) ed è libera
quindi di assestarsi su ciò che può essere compiuto,
che abbia un qualunque valore.
Ricordate, il punto non è la sopravvivenza
lineare, in senso temporale, ma perpendicolare ad essa, nell’eternità.
Ma la sopravvivenza fine a se stessa non significa
niente; noi cerchiamo di rendere le nostre vite degne d’esser vissute,
ed in un certo senso la nostra sopravvivenza diviene importante solo
quando è dedicata al Lavoro" disse G., rivolgendo l’attenzione
al proprio piatto. Iniziò a intagliare un appetitoso petto
di pollo con un affilato coltellino d’argento. "Direi che la
vita di questo pollo è valsa a qualcosa, che ne dite?"
sogghignò, sollevando una forchettata di carne bianca alle
labbra. Noi guardammo quasi con orrore, mentre egli mangiava un’enorme
patata cotta al forno, grondante di panna acida, in tre enormi bocconi.
"Vorresti dire qualcosa di più su questo?"
chiese Paul. "Voglio dire, sull’idea di rendere le nostre vite
degne di essere vissute".
G. sollevò la testa, masticando ed inghiottendo
pensoso.
"Molti malati terminali con cui ho parlato, specie
quelli che hanno una qualche familiarità con le idee, comprendevano
molto bene che le loro vite valevano solo per quei momenti in cui
respiravano con il se’ essenziale, respiravano con Dio, amando ed
essendo amati. Non amando la gente ed essendo ri-amati... l’amore
non ha veramente nulla a che fare con la gente. La gente è
incapace d’amare. Quello che chiamano amore è in realtà
ardente desiderio, un sentimento di calore, sicurezza, sensualità,
soddisfazione, auto-riconoscimento, identità per rispecchiamento,
ma mai amore. Solo il se’ essenziale può amare, e l’amore non
implica mai un oggetto; non si riferisce mai a nulla di specifico.
Ciò che veramente conta nella vita sono quei
pochi momenti di coscienza, per cui paghiamo Dio per la nostra esistenza,
e questo è terribilmente chiaro per quelli che giacciono nel
loro ultimo letto.
Portando la macchina allo stato di veglia, o permettendo
alla macchina di giungervi, anche solo un po’, ed accettando il respiro
di Dio, permettendogli di rispondere e di eccitare quella cosa, così
come la descriviamo noi, siamo in grado di ripagare per la nostra
esistenza.
Continua ............
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