"Self-Completion"
Keys to the Meaningful Life
di Robert S. de Roop (1913-1987)
La via della completezza
Edizioni Crisalide
 
Autore di:
"Drug and the Mind"
"Science and Salvation"
"The Master Game"
"The New Prometheans"
"Church of the Earth"
"Warrior's Way"
"Self Completion"

Prefazione dell'Autore:

AL LETTORE

    Saluti!

    Sono un anziano eremita che vive sul fianco di una montagna in California. Condivido questa montagna con cervi, moffette, opossum, conigli, falchi, topi, avvoltoi, sequoie, querce, alberi del pepe, erbe, per non parlare di qualche miliardo di nematodi, funghi e batteri. Faccio parte di un complesso ecosistema, una parte molto piccola, devo dire; sono un membro di una specie combina-guai, una scimmia nuda che é diventata la rovina della biosfera perché non é riuscita a trovare il suo posto adatto nello schema delle cose.
    Sembra che nella costruzione fondamentale dell'Uomo qualcosa sia fallito.
    Sono stato conscio di questo fallimento fin dall'età di quattro anni. Sono nato nel 1913, l'ultimo anno dell'Era dell'Ottimismo. Ero stato svezzato appena prima che la fiera torre della civiltà occidentale (che molti pensavano avrebbe permesso all'umanità di ascendere ad un nuovo paradiso di salute e prosperità materiale) crollasse con gran fracasso. Per me, piccolo bambino, quel crollo fu simbolizzato da un pezzo di stoffa bruciacchiata che mio padre portò nel nostro appartamento di Chelsea, a Londra.
    Mio padre era nel Servizio Segreto Militare Britannico (parlava inglese, francese, tedesco e russo) ed aveva investigato sul disastro di un dirigibile Zeppelin che era stato abbattuto nel cielo di Londra. Egli annunciò, con un certo gusto, che gli Zeppelin riempiti a idrogeno erano trappole mortali, progettati apposta per arrostire vivo l'equipaggio. Servivano a dare la prova che i tedeschi, come aveva sempre sostenuto, erano fondamentalmente gente stupida, nonostante il loro importante contributo nell'arte e nella scienza.
    I suoi generici commenti mi sfiorarono appena. La mia attenzione sconvolta era focalizzata su quel pezzo di stoffa bruciacchiata, sul pensiero che il corpo di un uomo era stato dentro quell'uniforme, e che quell'uomo era stato arrostito vivo. Mio padre, invece di mostrarsi addolorato, sembrava trarre soddisfazione da quel fatto.
    Mentre fissavo il mucchietto dei resti dello Zeppelin sparsi sul tavolo, il "terrore della situazione" mi colpì come una percossa fisica. Piansi per tre ore e nessuna spiegazione offerta da mio padre (che lo Zeppelin arrostito era un nemico, che i tedeschi autori del raid erano barbari, e così via) allontanò dalla mia anima infantile quell'orrore essenziale. In relazione a ciò mi resi conto a quella tenera età che ero capitato sul pianeta sbagliato nel sistema solare sbagliato, che il comportamento degli esseri umani era disperatamente ed incurabilmente bizzarro, che tra loro sarei stato sempre un esule, uno "straniero in terra straniera", un esiliato, un estraneo.
    Certamente lo ero, e lo sono ancora. Quando Colin Wilson scrisse il suo vivace studio, L'Estraneo, riconobbi subito come quell'etichetta si adattava a me. Ero stato un estraneo fin dalla nascita e sarei morto tale. Non sarei mai riuscito ad accettare in modo garbato e riconoscente l'appartenenza alla razza umana: avrei preferito essere un delfino.
    Chi siamo noi, gli estranei? Siamo gli eletti o i maledetti? Siamo i custodi dell'avanzata spirituale della razza umana, o una marmaglia di miseri disadattati? Portiamo un pesante fardello. Siamo le "anime malate" descritte da William James. Il nostro malessere può essere riassunto nelle parole del Cardinale Newman.
    "Considerare la sconfitta del bene, la prevalenza del peccato, la desolata e disperata irreligiosità... tutto questo é una visione da stordire e sgomentare, ed infligge alla mente un senso di profondo mistero che é completamente al di là di ogni soluzione umana. E così sostengo: se esiste un Dio, la razza umana é implicata in qualche terribile calamità originaria."
    Portando il fardello di tale consapevolezza, noi, gli estranei, siamo sempre in pericolo. Quanti di noi hanno lasciato volontariamente il teatro della vita disgustati o disperati, prendendo rifugio nella follia o nel suicidio? Come Ivan Karamazof, ci affrettiamo spesso a restituire il nostro biglietto d'ingresso. Diciamo al Dio Creatore, "Se non puoi fare meglio di così, allora voglio scendere."
    Anche per me é stato così. Ero giovane, in salute, curioso, ero uno studente di biologia all'Università di Londra, impaziente di far ricerca, ma lo spettacolo dell'idiozia su vasta scala mi fece passare l'appetito per la vita. La creazione di Dio, in generale, sembrava ammirabile, ma evidentemente quando aveva creato l'uomo aveva fatto un pasticcio. Quello che veramente volevo era di vivere in un mondo libero dagli uomini; essendo ciò impossibile, decisi che avrei restituito il mio biglietto d'ingresso, con la speranza di reincarnarmi in una specie costruita meno peggio di questa.
    Avrei dato davvero indietro il mio biglietto se, all'età di ventitré anni, non avessi incontrato un uomo che sarebbe diventato il mio insegnante, P.D.Ouspensky. Fu da Ouspensky che imparai un segreto vitale: così com'è, l'Uomo é un essere incompleto. La Natura provvede al suo sviluppo fino a un certo punto; l'uomo passa "vent'anni a crescere e vent'anni in fiore, vent'anni in declino e vent'anni a morire"; é un mammifero di lunga vita che non capisce perché la Natura gli abbia fornito una vita tanto lunga. Generalizzando, si può dire che la Natura non abbia fatto alcun tentativo per fornirgli questa conoscenza; anzi, sembra veramente che abbia fatto ogni sforzo per nascondergli il vero scopo dell'esistenza.
    Ma ciò che chiamiamo natura é una forza molto misteriosa, che sembra operare a due livelli, uno più alto ed uno più basso. A livello più basso la Natura presiede alla crescita fisica dell'uomo, lo porta fino alla maturità, accende lo stimolo sessuale che lo guida all'accoppiamento e, a tempo debito, lo distrugge. Ma c'é anche una Natura superiore. Questa Natura superiore ha dato all'Uomo la capacità d'innalzarsi a livello della Grande Catena dell'Essere. Per realizzare ciò l'uomo deve capire che non é completo, che é parte del suo compito completare se stesso.
    Tale lavoro di auto-completamento implica due cose, conoscenza e sforzo; ottenere la conoscenza necessaria, spiegava Ouspensky, e usare tale conoscenza per completare se stesso, questo era il vero scopo della vita umana, magnus opus contra naturae, il "Grande Lavoro contro Natura" degli alchimisti. Gli alchimisti avevano mascherato la loro conoscenza; affermavano di cercare un metodo per convertire i metalli vili in oro, ma il vero scopo dell'alchimia era il completamento di se stesso; questo era "Il Lavoro". Per coloro che erano addentro alle segrete cose, era l'unico gioco della vita che valeva la pena giocare.
    Sfortunatamente questa grande verità fu compresa, in ogni generazione, da un ristretto numero di persone. Questa gente si sforzò di "entrare nel lavoro", come si usa dire. Ciò implicava il reperimento di un insegnante e la raccolta della conoscenza necessaria per poter lavorare su se stessi.
    La massa dell'umanità era del tutto disinteressata al Lavoro. Viveva in modo indegno della sua eredità spirituale, soddisfacendo appetiti animali; viveva nella paura, nella vanità, in distrazioni e divertimenti, in stupidi sport, giochi d'abilità e di fortuna, avidità di guadagno, paura di perdita, ottuso lavoro quotidiano, sogni e speranze alla giornata. Si muoveva obbedendo a forze su cui non aveva alcun controllo. Appena smetteva di obbedire ad una forza, cominciava ad obbedire a un'altra.
    Ouspensky dichiarava che la civiltà del nostro tempo era un pallido e debole sviluppo che a mala pena si teneva in vita nell'oscurità di una profonda barbarie. Le invenzioni tecniche dell'età moderna avevano probabilmente tolto alla civiltà più di quanto avevano dato. Nel loro stato incompleto gli esseri umani pensavano di essere svegli, mentre si aggiravano veramente in uno stato di sonno ipnotico. Pensavano di avere volontà quando non avevano alcuna vera volontà; pensavano di essere liberi quando erano dei veri schiavi; pensavano di avere un qualcosa da chiamare "Io", ma non avevano un vero "Io", solo una moltitudine di insignificanti se' con desideri e scopi contrastanti.
    Nel loro stato di "sonno ambulante" gli umani viaggiavano dalla nascita alla morte su una nave di folli. Il capitano era addormentato, il timoniere era ubriaco ed il navigatore aveva dimenticato lo scopo del viaggio. Ogni folle a bordo poteva metter da parte il timoniere e provare a guidare la nave. I grandi agglomerati umani che si chiamavano nazioni erano alla mercé dei più pazzi tra loro, proprio come lo erano individualmente uomini e donne. Il Titanic frutto della tecnologia, come la società moderna, andava a tutta velocità nella nebbia, ma non c'era nessuno al comando; in tali circostanze non sarebbe stato sorprendente se il vascello fosse finito contro uno scoglio o un iceberg. La cosa davvero sorprendente era che stesse a galla.
    Gli insegnanti di Ouspensky offrivano poca consolazione e sulle prime rifiutai di accettarli, ma i delitti e le stupidità degli "Sporchi Anni Trenta" mi imposero alla fine di accettare il punto di vista di Ouspensky sulla difficile situazione umana. Intorno al 1936 fu evidente per ogni osservatore imparziale che qualcosa era andato terribilmente storto. Io ero mezzo tedesco, frutto di una lunga stirpe di Baroni Baltici (tedeschi con un'anima russa); avevo una vasta schiera di cugini tedeschi. Volenti o nolenti, essi erano tutti coinvolti con i nazisti; diversi di loro erano membri del Partito. I loro racconti mi atterrivano; un'intera processione di mostri spiritualmente malformati emergeva dall'inconscio collettivo teutonico. Per questi novelli "superuomini" nessun delitto era troppo nefando, nessuna menzogna troppo assurda.
    Questi mostri ovviamente erano una minaccia ed era necessario ricacciarli nella fogna da cui erano usciti, ma i vincitori della Prima Guerra Mondiale, Inglesi e Francesi, sembravano paralizzati: non fecero niente. Tutti i sacrifici della Prima Guerra Mondiale erano stati inutili, nessuno aveva imparato niente; quella completa idiozia che era la guerra avrebbe dovuto disputarsi ancora una volta.
    Il nostro mondo moderno, così tecnicamente competente, era un vero e proprio esempio di "teatro dell'assurdo". Lo spettacolo non aveva alcun senso.
    Così studiando con Ouspensky cercavo un indizio, qualcosa per uscire da questo "abisso senza senso". A quel tempo Paul Tillich non aveva ancora scritto Il Coraggio di Essere, ma il pensiero che più tardi egli espresse in quel libro descriveva completamente la mia situazione: "Se la vita, come la morte, non ha significato, se la colpa é incerta come la perfezione, se l'essere non ha più significato del non-essere, su cosa possiamo basare il coraggio di essere?"
    Tutto ciò che Ouspensky insegnava si accentrava intorno ad un sistema. Non era un vecchio sistema qualsiasi; era il Sistema. Ouspensky l'aveva ricevuto dal suo insegnante, G. Gurdjieff, ma lo considerava incompleto, "frammenti di un insegnamento sconosciuto". Mr. G., come egli lo chiamava, non conosceva il sistema completamente, oppure aveva scelto di non rivelarlo per intero. Ouspensky aveva rotto i rapporti con Gurdjieff ed aveva proibito ad ognuno di noi di aver contatto con quell'insegnante; se volevamo trovare le parti mancanti del Sistema, dovevamo scoprirle da soli.
    Se pienamente compreso, il Sistema avrebbe spiegato ogni cosa, dall'origine dell'universo alle singolarità del comportamento umano. Ogni cosa era legata ad ogni altra cosa in una catena di cosmi interdipendenti che si estendono dai megalocosmi ai microcosmi. Ogni cosmo sarebbe governato da sue proprie leggi. I cosmi più in alto imporrebbero leggi sui cosmi sottostanti. L'Uomo, il microcosmo, vivrebbe sotto le leggi imposte dal cosmo a lui superiore. Questo cosmo sarebbe la vita organica sulla Terra, la biosfera. La biosfera come un tutto vivrebbe sotto le leggi imposte dal Sole. Il Sole sarebbe governato da leggi imposte dalla Galassia e così via.
    Sarebbe anche vero il contrario, il cosmo superiore sarebbe influenzato dal cosmo inferiore. Nell'Uomo, il cosmo sottostante sarebbe la cellula. L'Uomo come un tutto impone leggi alle sue cellule. Il suo cervello istintivo regola la loro velocità di divisione, differenziazione, metabolismo e così via. Finché le cellule obbediscono a tali leggi, c'é armonia ed ordine; se esse rifiutassero di obbedire, come nel cancro, ne deriverebbe il caos. In modo analogo, gli organismi individuali della biosfera vivono sotto leggi imposte da tale cosmo, ed hanno il potere di danneggiarlo, forse in maniera fatale, se rifiutano di obbedire alle sue leggi.
    I separati anelli nella catena dei cosmi sarebbero tenuti insieme dal reciproco nutrimento. Le radiazioni del Sole nutrono il mondo delle piante verdi, che a sua volta nutre gli animali, incluso l'Uomo. Ogni cosmo sarebbe cibo per il cosmo soprastante, e si nutrirebbe a sua volta di prodotti del cosmo di ordine inferiore.
    In questa "Grande Catena dell'Essere" l'Uomo per chi sarebbe cibo? Secondo il Sistema l'Uomo sarebbe potenzialmente "cibo per gli Arcangeli"; cosa fossero poi questi Arcangeli non era mai stato spiegato. In ogni caso l'Uomo avrebbe difficilmente realizzato la sua vera funzione: per diventare cibo per gli Arcangeli l'Uomo dovrebbe completare se stesso. Pochi uomini l'hanno fatto. Invece di essere cibo per gli Arcangeli, l'Uomo più spesso sarebbe solo "cibo per la Luna".
    Nel Sistema, come lo proponeva Ouspensky, era posta molta enfasi sul ruolo della Luna. Nel "Raggio di Creazione" la Luna era come l'estremità terminale di un ramo; lungi dall'essere un freddo corpo morto, la Luna starebbe crescendo e diventando più calda; crescerebbe nutrendosi. Di cosa si nutrirebbe? Della vita organica sulla Terra; ogni cosa vivente sulla Terra sarebbe cibo per la Luna. Tutti i movimenti e le manifestazioni della gente, degli animali e delle piante sarebbero controllati dalla Luna; solo coloro che sviluppano in se' la coscienza e la volontà possono sfuggire al suo potere. La Luna sarebbe "l'oscurità eterna" degli insegnamenti cristiani, la fine del mondo dove ci sarà "pianto e digrignare di denti".
    A quel tempo ero un credente idealista e presi sul serio questo mito lunare. Vedevo davvero la Luna, appesa là in cielo, come una sinistra mangiatrice di uomini che succhiava gli spiriti vitali dalla vita organica terrestre, crescendo e scaldandosi lentamente a nostre spese.
    Più tardi, disilluso non solo di Ouspensky, ma dalla maggior parte del cosiddetto Sistema, respinsi il "Mito Lunare Gurdjieffiano" come parte di un'assurdità cosmologica. Come si poteva seriamente affermare che la Luna crescesse e che diventasse più calda? L'Uomo aveva viaggiato fino alla Luna, aveva passeggiato sulla sua superficie, ed aveva portato via delle rocce lunari: la Luna era morta; non c'era la minima possibilità che tornasse in vita. L'intera idea del Raggio di Creazione non era corretta. Il cosmo non cresce come un albero. Nelle braccia a spirale delle galassie, nuove stelle si formano dal pulviscolo e dai gas; le stelle vecchie muoiono, quelle piccole contraendosi in nane bianche, quelle grandi esplodendo come supernove; dal pulviscolo di quelle supernove si formano nuove stelle.
    Naturalmente sarebbe possibile sostenere che tutto il mito lunare é un'allegoria, che l'entità "luna" non ha alcun riferimento alla Luna in cielo; descriverebbe tutte quelle forze che lavorano per tenere schiavo l'Uomo e che gli impediscono di vedere la realtà della sua situazione. Ma perché mascherare la verità in un'allegoria tanto elaborata? Servirebbe solo a confondere la gente.
    Dunque il Sistema, così come l'avevo ricevuto da Ouspensky, era una bizzarra mistura. Quando arrivava a descrivere la difficile situazione dell'Uomo e le forze che lo tengono addormentato, il Sistema era mirabilmente pratico e concreto, attaccato alla terra, ma quando giungeva alla descrizione delle leggi che governano i processi cosmici sembrava perdere di vista la realtà. Mi ricordava i pittoreschi miti che giocavano una parte importante negli scritti di H.P.Blavatsky. Sia Gurdjieff che Ouspensky affermavano di disprezzare la Teosofia, ma io sospetto che Gurdjieff sia stato fortemente influenzato da certe idee teosofiche.
    Un altro particolare dell'insegnamento di Ouspensky su cui ebbi da obiettare riguardava un'entità chiamata "il cerchio interno dell'umanità". Quando incontrai Ouspensky per la prima volta, egli credeva fermamente che tale cerchio esistesse; i suoi membri erano i custodi della "cultura della civiltà", come opposta alla "cultura della barbarie" che prevaleva nel mondo in generale.
    Quest'idea del cerchio interno non mi era nuova. Ero arrivato ad Ouspensky molto appesantito dal gergo della Società Teosofica di cui ero membro a quel tempo; tra gli elementi contenuti in ciò che adesso chiamo "il Grande Mito Teosofico" c'era il concetto dei Maestri di Saggezza. C'erano le lettere del Mahatma, presumibilmente inviate da uno di quei Maestri (Koot Hoomy), che formavano una parte così importante nei trucchi del mestiere di Helena Blavatsky, fondatrice della Società Teosofica.
    Ouspensky disprezzava la Teosofia: "Non la toccherei neanche con una pertica" diceva, eppure credeva nell'esistenza del "cerchio interno". I membri del cerchio formerebbero un'aristocrazia spirituale. Sarebbero esseri evoluti, avrebbero volontà, unità interna, un Io permanente. Sarebbero entità auto-dirette, non pupazzi meccanici.
    Ma se questi personaggi esistessero davvero perché mai si nasconderebbero? Evidentemente stavano nascosti; non facevano certo alcuno sforzo per salvare l'umanità dalle conseguenze della sua follia.
    Ouspensky rispondeva a questa domanda sostenendo che i membri del cerchio interno potrebbero aiutare solo coloro che desiderano essere aiutati. Non potrebbero aiutare alcuno che non abbia volontà di aiutarsi da se'. I componenti della massa dell'umanità sarebbero schiavi che ignorano di esserlo e perciò non hanno desiderio di liberarsi; i tentativi per liberarli dalla schiavitù spesso si sono dimostrati disastrosi per gli aspiranti liberatori.
    Questo sembrava abbastanza vero. Guardiamo cosa é successo a Gesù! Vediamo che imbroglio hanno fatto i preti dei suoi insegnamenti! Si parte con una religione d'amore e si finisce con l'Inquisizione che brucia vivi i propri simili. La storia della Cristianità ha offerto un terribile esempio del funzionamento del Teatro dell'Assurdo.
    Ouspensky diceva che i membri del cerchio interno sarebbero di gran lunga troppo intelligenti per permettersi di immischiarsi in questa ridicola impresa; piuttosto essi farebbero un passo indietro e si goderebbero lo spettacolo. Se qualche persona volesse far di più con la propria vita, invece di prender parte alla commedia delle assurdità potrebbe avvicinarsi al cerchio interno, ammesso che lo si possa trovare. Dopo un lungo periodo di lavoro su di se' potrebbe diventar degno di entrare nel cerchio, ma non sarebbe un'impresa facile.
    "Ci vuole molto tempo per entrare nel Lavoro. Bisogna essere pazienti."
    Così parlava Ouspensky in un nebbioso pomeriggio di Dicembre del fatale 1936.
    Ora io scrivo nel Gennaio 1987. Da quando ascoltai le parole di Ouspensky sono passati cinquant'anni.
    "E' difficile entrare nel Lavoro. Molti partono, pochi arrivano."
    Perché?
    Questa domanda echeggia nella mia testa. Perché il Lavoro interiore é così difficile? Nella nostra cultura materialistica ci siamo forse bloccati da soli l'accesso a certe influenze donatrici di vita, le quali potrebbero aiutarci? Tali influenze esistono sicuramente, ma sembra che raggiungano davvero poca gente. Questi pochi conoscono un grande segreto: sanno di essere degli esseri incompleti, e sanno anche che sta a loro completare la propria evoluzione; vedono l'umanità come il frutto scelto dell'Albero della Vita sulla Terra, ma sanno che nella maggior parte dei casi il frutto cade dall'albero ancora acerbo. L'Uomo, che dovrebbe diventare cibo per esseri superiori, diventa invece cibo per i vermi; si lascia trascinare verso il basso, invece di sollevarsi; ingrassa la sua carne invece di nutrire la sua anima.
    Coloro che ricevono tali influenze hanno l'opportunità, se la desiderano, di entrare nel cerchio interno dell'umanità. Essi sono gli gnostici, coloro che sanno, ma la loro conoscenza non servirà a niente, se non fornirà una base per l'azione. E' davvero meglio essere ignoranti, piuttosto che sapere e non far niente con la propria conoscenza. Ma cosa si dovrebbe fare?
    Questa é una domanda vitale. Bisogna sapere e bisogna fare. Per fare bisogna generare potere. Il potere si sviluppa con lo sforzo, ma esistono sforzi giusti e sbagliati; ci sono anche pseudo-sforzi. La nostra capacità di auto-inganno é molto grande e continua ad operare dopo che, come si suppone, siamo "entrati nel Lavoro". Invece di impegnarci nel Lavoro entriamo nel Lavoro di fantasia; inganniamo noi stessi; l'ultimo stato in cui ci troviamo é peggiore del primo.
    Questa, dopo cinquant'anni di osservazione, é la conclusione a cui sono giunto: il Lavoro di fantasia tende a sostituirsi al Lavoro vero come, secondo la Legge di Gresham, la cattiva moneta tende a rimpiazzare la buona. Il Lavoro di fantasia é dappertutto; prolifera come un cancro; é sottile ed assume molte forme; genera nuovi sistemi di delusione per rimpiazzare quelli vecchi; porta il vero Lavoro ad un arresto ed offre sogni al suo posto. Molta gente accetta contenta questi sogni, che prevengono i sognatori dal fare seri sforzi per svegliarsi, perché essi sognano di essere già svegli.
    Tutto ci che posso fare in quest'ultimo stadio della mia vita é di offrire una guida per coloro che ne hanno bisogno. Con l'aiuto di questa guida possono riuscire a distinguere la fantasia dalla realtà. E' difficile comprendere cosa sia il vero Lavoro, per coloro che hanno avuto contatto solo con gli scarsi residui di un'impresa che una volta era viva e vigorosa, ed é ancora più difficile per loro mettere in pratica questa comprensione. Non possiamo farci molto... L'influenza vitale che i Sufi chiamano baraka attualmente é ostruita dalla nebbia del malsano materialismo che ha avvolto la nostra cultura; la nostra vasta e squilibrata economia é un castello di carte che sicuramente crollerà. Quando ciò succederà, la nebbia potrebbe diradarsi e la forza vitale potrebbe incontrare meno ostacoli, ma fino ad allora dobbiamo fare ciò che possiamo con quello che abbiamo, e lottare per distinguere tra fantasia e realtà.

Robert S. De Roop - 1987

Back to Gateways